| CONSIGLIO DI LETTURA |
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POST OFFICE di Charles Bukowski Charles Bukowski si ama o si odia. Non lo si legge. Charles Bukowski ti costringe a prendere una posizione. Amarlo o odiarlo. È per via del suo stile asciutto. Povero. Grezzo. Diretto. Charles Bukowski racconta vita. La sua. E le vite sono belle o brutte. Non sono mai niente. Post Office (1971) è la storia di un postino, Henry Chinaski, suo alter ego, diviso tra il lavoro alle Poste, le donne e le corse di cavalli. Il libro corre attraverso le relazioni che il protagonista intrattiene con alcune donne. Da Betty – forse la donna ideale di Henry Chinaski – che lo lascia a causa dei suoi ripetuti tradimenti, a Joyce – la ricca ninfomane texana – che lo scarica dopo essersi innamorata di un collega. Da Vi – collega alle Poste, passando per May Lou – una stupenda sgualdrina che seduce uomini per poi derubarli con l’aiuto del compagno Hector – ed arrivando a Fay – l’hippy intellettuale che soddisferà grazie a Chinaski il suo desiderio di avere un figlio. Tra clamorose sbornie, azzardate puntate all'ippodromo e "movimentate" nottate in motel sgangherati, Chinaski riuscirà a "guadagnarsi" il licenziamento e a farsi riassumere, ma solo per licenziarsi definitivamente, inorridito e disgustato da quell'immenso ufficio postale che, poi, è la vita stessa. Non c’è una storia di fondo. Un messaggio. Una morale. C’è soltanto stile. Uno stile di scrittura. Uno stile di vita. Uno stile di vedere le cose. Di affrontarle. Di reagire loro. È uno stile volgare. Schietto. Sporco. Sincero. La buccia che nasconde la polpa. Uno stile che colpisce, quasi fosse un pugno in pieno viso. Niente a che vedere con tutti quei libri che leggi e che poi dimentichi.
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Post Office (1971)